domenica 27 settembre 2015

Lezione IV: Primi testi in volgare

Tra latino e italiano: i primi documenti in volgare (da Luzappy.eu e altri)

La frantumazione politica dell’Impero romano non distrusse la cultura lati­na, intesa qui come lingua quotidiana; aggiunse invece elementi nuovi, per trasformare sempre più, nonostante la volontà frenante della scuola e dei grammatici, il sistema linguistico. Anche i Longobardi furono veicolo di novità, fin quando nel 774 Carlo Magno li sconfisse, per poi rifondare l’impero, volendo ricom­porre l’unità politica, religiosa, culturale (e, perciò, linguistica). Ma una lingua non si impone; il popolo, disperso nelle campagne dei feudatari o accolto nelle corti, continuò a sentire sempre più incomprensibile il latino, che proprio per la riforma carolingia, diventava «altra lingua» rispetto a quella parlata dalle masse ed ormai era soltanto la lingua ufficiale della Chiesa e del Palazzo imperiale. 

Il Concilio di Tours (813) prese coscienza della diversità della lingua del popolo, quando raccomandò ai vescovi la predicazio­ne dicendo che «easdem omilias quisque aperte transferre studeat in rusticam linguam aut thiotiscam, quo facilius cunc­ti possint intelligere quae dicuntur»; e già nell’842, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, succes­sori di Carlo Magno, giuravano davanti ai loro soldati vicendevole aiuto. Con i cosiddetti Giura­menti di Strasburgo abbiamo il primo documento romanzo: non latino aureo, non latino volgare, ma semplicemente volgare: la lingua che il volgo parlava, che era nata dal latino, diventava anche una lingua scritta.

giuramenti di Strasburgo



Primo documento ufficiale in cui accanto al latino è presente la lingua volgare. L’occasione è data dall’incontro tra l’esercito franco comandato da Carlo il Calvo e quello di suo fratello Ludovico il Germa­nico. È il 14 febbraio 842 e i due nipoti di Carlo Magno si ritrovano nella città dell’Alsazia per stringere alleanza contro il primogenito Lotario. Quel giorno i condottieri sono accompagnati dai loro eserciti che, assistendo alla pronuncia del patto, ne diverranno i veri testimoni. La preoccu­pazione è quindi che i soldati pos­sano comprendere facilmente e in manie­ra completa il contenuto dell’accordo. La molla che convince i cancellieri dei due sovrani a rinunciare al latino, fino ad allo­ra unica lingua ufficiale per la stesura di atti pubblici, è infatti unicamente pratica. I soldati dovranno disubbidire al proprio signore, nel caso in cui quest’ultimo comandi azioni sleali nei confronti dell’alleato. La decisione di accantonare il lati­no, a favore delle due lingue volgari par­late dagli eserciti, porta Ludovico il Ger­manico a pronunciare il giuramento in romana lingua - una parlata di base fran­cese o franco-provenzale comprensibile agli uomini di Carlo, provenienti dalle varie regioni del suo dominio -, e il secon­do in lingua teudisca, identificata con una varietà del francone renano. A questi cancellieri bisogna riconoscere il merito di aver compreso per primi in maniera pie­na l’importanza di lingue fino ad allora non codificate, ma che ormai hanno una propria forma autonoma e separata dal latino. L’esigenza concreta di far comprendere anche a uomini illetterati i termini dell’accordo politico ci offre la testimonian­za tangibile dell’ormai irreversibile cam­biamento avvenuto: il latino è soltanto più la lingua dei libri. La formula giuridica usata per il giura­mento, sapientemente scritta sulla scia dei formulari latini, è giunta fino a noi grazie a un manoscritto del X secolo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia.

Pro deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d'ist di in avant, in quant deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dist, in o quid il mi altresi fazet, et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai, qui meon vol cist meon fradre Karle in damno sit.


Si Lodhuvigs sagrament que son fradre Karlo iurat conservat et Karlus meos sendra de suo part non lo tanit, si io returnar non l'int pois: ne io ne neuls cui eo returnar int pois in nulla aiudha contra Lodhuvig nun li iu er.



Attestazione della molteplicità di lingue in Occidente, ci vie­ne dal Libro delle strade e delle province, opera araba di geo­grafia scritta tra l’844 e l’848: «Questi mercanti [occiden­tali] parlano l’arabo, il persiano, la lingua dei Romani, la lingua di Francia, quella di Spagna e lo slavo»: due lingue romanze sono considerate «lingue di mercato».
Anteriore ai Giuramenti di Strasburgo, è l’Indovinello veronese, uno dei primi esempi di volgare italiano.

Indovinello veronese





II più noto dei primi documenti del volgare italiano fu scoperto dal paleografo Lui­gi Schiapparelll nel 1924, in calce a un codice - datato fra la fine del VIII secolo e l'inizio del IX- della Biblioteca Palatina di Verona, onde il nome assegnatogli di Indovinello veronese. Da allora, filologi e linguisti non hanno cessato di formulare questioni e congetture, in particolare sul grado di volgarismo cosciente del breve testo, sul suo eventuale colorito veneto-friulano, sulla sua struttura in esametri o altro metro. Si è molto discusso sull'interpretazione del se pareba. Se pareba sta per parebant, allora boves è soggetto del quattro verbi, e la lettura sarà: «I buoi [le dita] appari­vano (venivano avanti), aravano un bianco prato [la pergamena], reggevano un bian­co aratro [la penna], seminavano nero seme [l'inchiostro]». Se pareba sta per para­bat, il soggetto sottinteso è chi scrive, e la lettura sarà: «Si spingeva avanti [se = sibi, dativo etico] i buoi, arava un bianco prato, reggeva un bianco aratro, semi­nava nero seme». La seconda lettura è la più accreditata, perché lo «spingere innan­zi i buoi» è coerente con la metafora rustica dell'«arare» e perché intendere l'amanuense come soggetto sottinteso si addice di più alla natura dell'Indovinello: una delle for­mule, in chiave scherzosamente enigmistica, che i chierici copisti mettevano in fon­do ai codici, compiacendosi della fatica compiuta.



Placito capuano. Il primo documento in volgare italiano



...poi in mezzo a carte notarili compare una testimonianza sicuramente in italiano

Marzo 960: Placito cassinese di Capua
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.
Marzo 963: Placito cassinese di Sessa
Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette.
Luglio 963: Placito cassinese di Teano
Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie.
Ottobre 963: Placito cassinese di Teano
Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie.


«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Con questa formula, nel marzo del 960 fu risolta una lite tra il monastero di Mon­tecassino ed un uomo di Aquino. Tre testimoni, comparsi a Capua davanti al giudice Arechisi, tenendo una carta in cui erano segnati i confini del luogo discusso e toccando­la con l'altra mano, deposero a favore del monastero. Vera o fittizia che sia stata la lite (è sembrato, infatti, a taluni che fosse preoccupazione dall'abate avere una carta notarile in cui si dichiarasse il possesso trentennale di quelle terre), il documento di Arechisi registra l'atto di nascita della lingua italiana scritta, pur se in una varietà dialettale, in cui il trat­to più appariscente è la sparizione dell'appendice labio-vela­re u in ko (latino quod), kelle, ki (italiano quelle, qui; ma resta in que).
La coscienza che il volgare fosse lingua autonoma stava con­quistando l'Italia; infatti, dopo il 960, la mappa geografi­ca delle testimonianze incomincia a registrare punti nuovi, sui quali si appoggia la storia della lingua italiana. Formule simili a quelle della carta capuana furono trascritte nel 963 a Sessa Aurunca e poi a Teano. Parole isolate e stilemi si ritro­vano negli scritti dei dotti e, molto più, dei notai. Non man­cano, inoltre, i glossari, a volte di poche parole, in cui i sin­goli lemmi volgari sono affiancati dalla corrispondente traduzione (latina, greca). La certezza della diffusa nuova coscienza linguistica ci viene dall'aneddoto narrato da Gunzo di Novara. Nel 965, di passaggio a San Gallo, egli, maestro e grammatico di fama, mentre seduto a mensa chiacchierava, fece un errore, «ponendo videlicet accusa­tivum pro ablativo». Un monachetto subito lo assalì, riprendendolo aspra­mente e giudicandolo degno della sferza, molto in uso allora nelle scuole. Ritornato in patria, Gunzo scrisse una lettera ai monaci di Reichenau, quasi per giustificarsi del­l’errore, accumulando pagine di classici che avevano usa­to un caso per l'altro, e, giustificazione estrema, esclamò: «Falso putavit S. Galli monachus me remotum a scientia grammaticae artis, licet aliquando retarder usu nostrae vulgaris linguae, quae latinitati vicina est»: il suo errore era stato causato dall'uso quotidiano del volgare, lin­gua simile al latino. L'uso del volgare, inoltre, è espressio­ne di lode sull'epitaffio di Gregorio V (999): «Usus francisca, vulgari et voce latina; instituit populos eloquio triplici».

Col passare del tempo, in tutte le parti d'Italia vi sono docu­menti e testi scritti interamente o parzialmente in volgare. Fra queste testimonianze: L'Iscrizione della catacomba di Commodilla in Roma (metà del secolo IX). È un graffito: «Non dicere ille secrita a.bbo­ce» [«Non dire quelle cose segrete a voce (alta)»]. Con questa formula si invitava il celebrante a non recitare a voce alta quelle preghiere della messa, dette secrete. Dal punto di vista linguistico si noti, oltre alla forma dell'imperativo negati­vo (non + infinito) diversa da quella latina (ne diceas, con congiuntivo esortativo), dicere, volgare a Roma, dove s'è usato in modo esclusivo per tutto il medioevo; ille con valore di articolo femminile plurale e secrita, non neu­tro, ma un plurale in -a (l'articolo sarebbe la conferma); a-bbo­ce, con raddoppiamento fonosintattico e betacismo.

La Postilla amiatina (San Salvatore di Monte Amiata, non molto distante da Grosseto; 1087): «Ista cartula est de caput coctu. / Ille adiuvet de illl[u] rebottu / qui mal consiliu li mise in corpu». Tre versi (forse endecasillabi), con assonanza, misti di lati­no e volgare, scritti dallo stesso notaio che redasse la cessione dei beni fatta da Micciarello e la moglie, Gual­drada, in favore dell'abbazia di San Salvatore. Contro­verso è il significato della postilla. La donazione sareb­be stata fatta per evitare guai, e magari sortilegi (la Postil­la sembra un breve, un tali­smano), che un mal consi­liu di rebott/u/ (il diavolo? un avversario? un «consigliere fraudolento»?) poteva pro­curare a caput coctu (o Caput-coctu «testa-cotta», evidente soprannome). Qualcuno pensa anche ad una donazione fittizia, per evitare aggravi fisca­li (il «mal consiglio» sarebbe dunque la frode). Per la lingua, si possono mettere in evidenza almeno le finali in -u.

L'Iscrizione di San Clemente (fine XI secolo). Si tratta di un affre­sco, che si trova nella Basilica di San Clemente a Roma. Due per­sonaggi, Albertello e Gosmari, trascinano una colonna, men­tre un terzo, Carboncello, la spinge; Sisinnio, un patrizio roma­no, sta in atto di chi comanda. Accanto ai protagonisti sono scrit­te brevi frasi. La colonna tirata ricorda il miracolo avvenuto duran­te il martirio del Santo, come riporta la Passio. San Clemente si esprime in latino, quasi con le parole della tradizione, men­tre gli altri personaggi usano il volgare: «Sisinium: "Fili dele pute, tràite". Gosmarius: "Albertel, trai". "Fàlite dereto colo palo, Carvoncelle". (San Clemente:) "Duritia(m) cordis vestri(s), saxa traere meruistis"». Le parole di Clemente spiegano perché egli è rappresentato con un sasso. Già nel latino si osservi la neces­sità di espunzione in duritiam e vestris, e la mancanza dell'h in trahere (e si dovrebbe anche trovare Sisinius, al nominativo), segno che chi scrisse aveva scarsa conoscenza del latino. Per lo stile, nelle frasi in volgare, si rilevi il realistico insulto di Sisin­nio, che parla non da patrizio ma da vero popolano (nonostante l'affresco sia in una chiesa e l'argomento sacro); e si noti anco­ra Albertel, con forma troncata com'è nell'uso parlato; e, in Car­voncelle, la B > v, oltre alla -e finale (non vocativo).
La Testimonianza di Travale (oggi in provincia di Grosseto; 6 luglio 1158): anche questo testo si trova in un documento giudiziario, scritto in latino; in esso appare la seguente fra­setta, pronunciata da Malfredo: «Guaita, guaita male; non man­gia ma mezo pane». Ed anche in questo testo le interpretazioni sono varie: «Guardia, fa' la guardia male! Io non mangiai mai mezzo pane», come un invito imperativo, rivolto a se stesso (questa è l'ipotesi più accettata); oppure: «La guardia fa male la guardia. Io ecc.», come narrativo. Qualche studioso ha pensato che il testo possa essere l'inizio di un ritmo giul­laresco; qualcuno ancora che Malfredo abbia camuffato il pro­prio disagio sotto quelle parole, per far capire ai signori che non faceva volentieri, data la sua estrema indigenza, il servizio di guardia; tanto che, capita l'antifona, egli venne dispensa­to dal servizio. In poche parole: Malfredo era obbligato al ser­vizio di guardia alla corte di Travale, ma era talmente pove­ro che faceva male il suo turno, perché affamato.

I primi ritmi della letteratura italiana

II Ritmo bellunese, datato intorno al 1193, ma tramandatoci da un codice cinque­centesco, è formato da quattro versi di una cronaca dell'occupazione del castello di Mirabello da parte delle truppe di Belluno e Feltre ai danni di Treviso. Altri brevi documenti di una lingua di più ampio respiro, provenienti sicuramente dal mondo giullaresco, sono il Ritmo laurenziano (1157), il Ritmo su Sant’Alessio e il Ritmo cas­sinese. II primo, conservato in un unico manoscritto presso la Biblioteca Medicea Laurenziana, è stato trascritto per la prima volta da Angelo Maria Bandini a Firen­ze nel 1777. Vede protagonista un giullare che loda alcuni alti prelati per ottenere doni da loro, primo fra tutti un cavallo. La struttura metrica e retorica dimostrano la buona cultura del giullare compositore, rimandando direttamente alla poesia d'oltralpe.
Gli altri due componimenti sono accomunati dall'imitazione dello stile giullaresco applicato in questo caso ad argo­mento religioso. II Ritmo cassinese, custodito in un manoscritto dell'XI secolo del­l’Abbazia di Montecassino, è stato pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1791, mentre solo nel secolo successivo sono iniziati seri tentativi di una sua edizione critica. Si tratta del dialogo tra un monaco occidentale e uno orientale, in cui sono contrapposti I piaceri terreni alla vita dello spirito. II Ritmo su Sant’Alessio, inve­ce, è stato trascritto da due differenti copisti su un manoscritto conservato pres­so la Biblioteca Comunale dl Ascoli Piceno, ma proveniente dal convento benedettino di Santa Vittoria in Matenano. La storia del santo, già raccontata dalla Vie de Saint Alexis, è una storia esemplare di un uomo che incarna e rappresenta una vera e propria virtù vivente.

Testimonio di una ricca tradizione culturale e letteraria monastica, questo ritmo, che risale alla fine del secolo XII, è contenuto nel manoscritto Codice 552, 32, della Biblioteca dell'abbazia di Montecassino, vera capitale linguistica, culturale ed economica del territorio posto fra Lazio, Campania e Abruzzo, una roccaforte della cultura occidentale all'incrocio fra molte correnti latine, greche e longobarde. Si pensava in origine che tutte le stanze dovessero avere lo stesso numero di versi, e quindi che il testo presentasse numerose lacune; ma la scoperta del Ritmo di sant'Alessio ha fatto conoscere una forma strofica giullaresca composta in una serie non fissa di ottonari (o novenari) monorimi, chiusa da una coppia di endecasillabi. Pertanto oggi si ritiene ragionevolmente che il Ritmo cassinese non contenga lacune e che il senso sia sia compiuto e scorrevole. Il Ritmo, è opera di un autore indubbiamente colto, e lo dimostra l'uso di un linguaggio nel quale possiamo mettere in evidenza la presenza di provenzalismi (langue d'oc) e di latinismi. L'autore, rinchiuso in un convento, nel quale svolge le sue pratiche ascetiche, si fa interprete della vita, esprimendo quello che sa secondo le Sacre Scritture, con le quali si può esprimere bene, e si chiede come potrebbe condurre un uomo una vita regolare, visto che questo mondo è godibile e renderebbe miscredente ognuno: l'unico rimedio è di tenere bene a mente ciò che è scritto nella Scritture. Ogni cosa è fatta nel nome di Dio, ogni cibo o bevanda non è di questa terra, ma deve essere del regno celeste. Dopo un breve prologo, che serviva, secondo le regole retoriche classiche, ad attirare l'attenzione del lettore (captatio benevolentiae), sono posti in scena due personaggi: uno che viene dall'Oriente e un altro che viene dall'Occidente si scambiano proprio questo sapere. Il ritmo rappresenta l'incontro e il dialogo dei due personaggi, il Mistico, che viene dall'Oriente e espone il bene della vita monastica dedicata a Dio, al quale si chiede qualunque cosa serve e che si trova nelle Sacre Scritture, e un Tale, che viene dall'Occidente e rappresenta le caratteristiche della vita secolare, di quelli che "vivono nel secolo", non vivono cioè in conventi o monasteri, ma lavorano e mettono al mondo i figli. Ricordiamo a questo proposito che nel Medioevo possiamo distinguere tre grandi classi sociali: i bellatores (nobili che combattevano per tutti), gli orantes (preti e monaci che pregavano per tutti), e infine i laborantes (il popolo che lavorava per tutti, anche per mantenere gli orantes e i bellatores).

Dal­l'ambiente giudaico dell'Italia centrale, come dimostrano gli elementi linguistici, proviene L’Elegia giudeo-italiana (fine XII-inizi XIII secolo), in ter­zine monorime di 120 versi di natura non sempre ben definibi­le e conservato in un codice trecentesco del tempio israeli­tico di Ferrara (e una copia si trova a Parma), in caratteri ebraici. L'elegia fu scritta per il digiuno del mese di Ab. Si lamenta la distruzione e la disperazione del popolo ebraico. Al centro vi è un racconto di due giovani fratelli, nobili e ric­chi finiti in pessima schiavitù; ed infine si prega Dio perché guar­di con volto benevolo il suo popolo.
Pur se ridotta a soli tre versi, bisognerà ricordare la Passione cassinese (forse della fine del secolo XII), bre­ve frammento di lamento della Vergine, inserito in una rappresentazione scenica in latino, un dramma di 317 ver­si sulla passione di Cristo. Così la didascalia che introdu­ce il planctus Virginis: «...Unde dolens beata vir[go qui] loquen[do la]troni et matri sue flenti numquam loquitur, cum ingenti cla[more i]psa bea[ta] vi[r]go vocat filium crucifixum et coram lor[icatis] ...mag...
...te portai nillu meu ventre,
quando te beio [mo]ro presente,
nillu teu regnu agime a mmente».

[Perciò lamentandosi la beata Vergine che (Cristo) parla al ladrone e non rivolge la parola a lei, sua madre che pian­ge, con grande clamore la beata Vergine chiama il suo figlio crocifisso e davanti ai soldati... (grida a gran voce): Ti ho portato nel mio ventre. Quando ti vedo, muoio subi­to. Nel tuo regno ricordati di me.]
Questi pochi versi sono il vagito della poesia sacra in vol­gare, che troverà il culmine nelle laude; e sono anche il pun­to di partenza per le sacre rappresentazioni; questo dram­ma deve essere considerato il più antico testo del genere in Italia, e forse il più antico della Chiesa d'Occidente. I doppi quinari sono probabilmente il resto di una quar­tina monorima di doppi quinari; la lingua reca le caratte­ristiche centro-meridionali (-u finali, raddoppiamento fono­sintattico, betacismo, la forma agime con l'affricata pala­tale, come l'attuale aggie «ho» campano, con finale indi­stinta; ma in passato aggio era letterario, di tipo siciliano); vente, di tipo nominativale (< venter), restituirebbe la rima perfetta.

Infine andranno almeno aggiunti, a quest'elenco non com­pleto:

La Formula di confessione umbra (1180 ca.). In questa for­mula paraliturgica, che il penitente doveva usare per pre­parare la confessione, sono passati in rassegna vari pecca­ti, in trasgressione dei comandamenti e dei precetti delia Chie­sa (digiuni, pagamento delle decime, ecc.). Fra le colpe possibili, apre uno spiraglio sulla vita comunale l'accusa con­tenuta in questo paragrafo: «Accusome dela sancta treva, k'io noll'observai sì ccomo promisi» [«Mi accuso della san­ta tregua che io non ho osservato, come avevo promesso»]. La formula si conclude con una invocazione in latino, in luo­go dell'assoluzione sacramentale. II codice che conserva il testo fu utilizzato e scritto nel monastero di Sant'Eutizio, presso Norcia.

Il Contro navale pisano (tra la metà dell’XI e XII secolo): una carta che rispecchia la potenza economica e politica della repubblica marinara. È un conto in cui sono registrati dei pagamenti riguardanti forse la riparazione di alcune navi (più che la costruzione di una galea).

Il Libro dei banchieri fiorentini (1211), quaderno del dare ed avere di una ricca Firenze in espansione commerciale. Come si può vedere dall'elenco, i luoghi da dove ci provengono le testimonianze del volgare sono legati culturalmente alla dotta Montecassino (o ad altre abbazie) o sono le ricche e fiorenti città del centro Italia; ma anche in altri luoghi si tro­vano documenti di lingua, segno che il volgare era ormai nel­l’uso abituale della gente. Creatosi fin dagli inizi della nostra era, il volgare, da lingua quotidiana, si avviava a diven­tare anche lingua di letteratura.


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