mercoledì 28 gennaio 2015

Finis Africae



Non "Tratto dal romanzo di Umberto Eco", ma "tratto dal palinsesto del Nome della Rosa di Umberto Eco". "Annaud ha deciso", dice Eco, "di definire nei titoli di testa il suo film come un palinsesto dal Nome della rosa. Un palinsesto è un manoscritto che conteneva un testo originale e che è stato grattato per scrivervi sopra un altro testo. Si tratta dunque di due testi diversi". "Ed è bene" aggiunge Eco "che ciascuno abbia la sua vita. Annaud non va in giro a fornire chiavi di lettura del mio libro e credo che ad Annaud spiacerebbe se io andassi in giro a fornire chiavi di lettura del suo film". "Posso solo dire" aggiunge Eco, "per tranquillizzare chi fosse ossessionato dal problema, che per contratto avevo diritto a vedere il film appena finito e decidere se acconsentivo a lasciare il mio nome come autore del testo ispiratore o se lo ritiravo perché giudicavo il film inaccettabile. Il mio nome è rimasto e se ne traggano le deduzioni del caso."
Il film presenta differenze, in alcuni casi anche rilevanti, rispetto sia alla trama sia alle tematiche che s'intrecciano nel romanzo di EcoLa differenze principali rispetto all'originale sono: 
- la rimozione delle discussioni teoriche, troppo complesse per poter essere riportate al cinema (specie le scene iniziali tra Guglielmo e l'abate e tra Guglielmo e Ubertino, ridotte a pochi frammenti. Idem per quanto riguarda il processo a Remigio etc..).
- una storia più semplice, inserita in un contesto culturale volutamente meno complesso, laddove la soluzione del giallo e le chiavi interpretative erano sapientemente nascoste proprio nelle lunghe digressioni storico-filosofiche. 
-  ne risente proprio il significato principale del romanzo, che indica come nel mondo non vi sia un ordine e un responsabile preciso del bene e del male, ma un insieme di cause in cui è impossibile riconoscere alcunché. 
- i colpevoli sono ben delineati e puniti come il pubblico si aspetta che sia anche a costo di grossolani falsi storici
- Il personaggio di Jorge è semplificato, invece non è male la figura di Ubertino e in generale la caratterizzazione dei monaci.
- il titolo Il nome della rosa non si capisce bene cosa voglia dire, ma di sicuro no quello che sembra dal film.
- Tra i tanti particolari non fedeli al libro, l'aiuto bibliotecario Berengario non proferisce parola, Malachia è tratteggiato molto più negativamente e l'abate confida poco nelle capacità di Guglielmo. 
- Non v'è inoltre traccia di numerosi personaggi che nel libro rivestono ruoli non del tutto secondari (Bencio da Uppsala, Nicola il mastro vetraio, il centenario Alinardo etc.). 
- La biblioteca è rappresentata in maniera assai più spettacolare a livello scenografico, con complesse architetture a più livelli e scale sopraelevate[10] (nel romanzo, al contrario, la biblioteca occupa solo un piano ed è costituita da semplici stanze collegate tra loro da porte). 
- Rispettata, invece, l'atmosfera fredda e invernale del monastero, che costituisce uno dei motivi del fascino della storia. 
- Il giovane Adso, novizio benedettino nel romanzo, nel film è un novizio francescano e inizialmente ignora del tutto i trascorsi di Guglielmo come inquisitore. Anche Ubertino da Casale nel film veste ancora il saio francescano, contrariamente al romanzo, nel quale è rappresentato come monaco benedettino a tutti gli effetti, avendo mutato ordine per sfuggire ai suoi nemici della corte papale.

sabato 24 gennaio 2015

Bonifacio VIII e Fra Dolcino


Ne avevamo già parlato l'anno scorso riguardo a Rosa fresca aulentissima, ma repetere iuvat. Ricordatevi che non è una lezione di storia,  quella che vedremo è la scena di un'opera teatrale.


L'opera si intitola Mistero Buffo ed è valsa all'autore-attore, Dario Fo, il Premio Nobel per la letteratura.
In Mister buffo Fo vuole ricordare che alla base del teatro e di altre arti c'è un fondamentale apporto della cultura popolare, che spesso è taciuto, sottovalutato, se non addirittura negato dalla cultura ufficiale. Al centro c'è la figura del giullare, artista non implicato con il potere che, attraverso il grottesco, denuncia i torti e le storture della verità. Dario Fo, che come un giullare occupa da solo la scena, esponendo poesie, raccontando leggende e drammi religiosi (per lo più inventati) pone l'accento sulla mistificazione degli avvenimenti storici e letterari nel corso dei secoli. Per questo motivo l'opera prende il nome di "Mistero buffo", in riferimento ai Misteri medievali riletti in chiave buffonesca.
Il racconto di Bonifacio VIII e Fra Dolcino è straordinariamente efficace ed è il modo per cogliere 3 contenuti: la natura di un contrasto medievale, l'opera del più grande scrittore di teatro italiano del secondo Novecento e un veritiero spaccato dell'Italia e della politica italiana (negli anni 70-80...)

nota: il Mistero buffo è uno spettacolo teatrale e Dario Fo è una autore. (non si vince il Nobel per la letteratura se si è solo attori) Eppure quanta confusione su quest'opera: In rete ho visto professori prendere per oro colato la spiegazione di Fo; altri ne ho visto altri scagliarsi contro il drammaturgo milanese accusandolo di essersi impropriamente improvvisato filologo (cioè studioso di testi antichi). In questo che è uno dei capitoli più divertenti del Mistero buffo Fo, non spiega un testo antico, ma prende spunto da esso per fare una satira contro il potere e il controllo della cultura


mercoledì 14 gennaio 2015

Plauto e Terenzio, commedie on line

I Menecmi
Roberto Danese Prof. di Filologia Classica presso l'Università di Urbino (PU) presenta lo spettacolo "I Menecmi", ci racconta come è stato tradotto il testo teatrale in latino, e con quale tecnica gli studenti-attori hanno reso attuale la situazione creata da Plauto, all'oggi.




Miles Gloriosus (quasi) fedele




Aulularia Carnevale rinascimentale ferrarese




La suocera in fiorentino (testo in italiano)