sabato 9 maggio 2015

Melantone tra fede e carità


Amico e primo collaboratore di Lutero; non condivide la dottrina luterana e calviniana della predestinazione alla salvezza, per Melantone non è salvo chi Dio vuole, ma chi vuole essere salvato. 
Cerca di attenuare sia la dottrina della predestinazione, restituendo uno spazio alla libertà umana, sia quella della giustificazione per la sola fede, facendo posto anche alle opere. 
È il principale autore della Confessione di Augusta, la più importante professione di fede nella storia del Protestantesimo.

La Confessione è divisa in due parti concettuali: i primi ventuno articoli enumerano e spiegano i capisaldi della fede che sarà poi detta "protestante", la seconda parte del documento espone una serie di abusi diffusi nella vita spirituale del tempo e spiega le soluzioni proposte dalla nascente dottrina luterana. (vedi Differenze tra Cattolici e Protestanti)

Nel 1541 in occasione della dieta di Ratisbona, si tentò di intraprendere una trattativa, un dialogo tra la Chiesa Cattolica e quella Luterana. Carlo V aveva ormai come suo principale desiderio quello di ricondurre l’Europa alla pace, aveva organizzato l’incontro con la massima attenzione e il massimo impegno. Era riuscito, prima che iniziassero i colloqui, ad ottenere l’appoggio del più alto sostenitore politico della lega di Smalcalda, il langravio Filippo d’Assia. Entrambi avevano sollecitato il lavoro dei teologi più favorevoli al confronto delle idee in particolare sullo spinoso tema della predestinazione.

Il maggiore rappresentante dell’indirizzo protestante era ancora Melantone e le prospettive di riuscita parevano buone, in quanto era uno tra gli esponenti più moderati del movimento. Il papa, dal canto suo, aveva scelto in qualità di suo legato il cardinale Gasparo Contarini uno dei portavoce più equilibrati della Chiesa in quel momento. 

Si trattò all'inizio del valore attribuito alla fede, tenuta dai protestanti in considerazione ancor più delle opere materiali o delle preghiere (quindi della carità) ai fini del conseguimento della vita eterna.
Sulla concezione della messa e sul sacramento della confessione, e soprattutto sul ruolo del pontefice e della gerarchia ecclesiastica, la discussione invece si arenò, rendendo necessari i pareri dei due massimi esponenti dei rispettivi schieramenti: Lutero e il papa. Da loro i moderati si attendevano il passo decisivo per giungere a un accordo che avrebbe mutato il corso della storia; e invece essi si mostrarono inflessibili ad ogni compromesso. Riaffiorò il consueto spirito di reciproca ostinazione, si verificarono ulteriori schermaglie tra i portavoce del papa e quelli di Lutero, con l’impiego della consueta sottigliezza nelle argomentazioni dottrinali; finché il contrasto divenne talmente esplicito da far fallire miseramente ogni tentativo di riconciliazione.

L’episodio di Ratisbona rappresentò l’ultimo sforzo concreto prima del Concilio di Trento per mettere d’accordo protestanti e cattolici, e l’attenzione con la quale lo affrontarono i moderati dell’una e dell’altra parte dimostra che essi ne erano pienamente coscienti. Fu quindi l’esito negativo dei colloqui di Ratisbona a contribuire in modo fondamentale al carattere spiccatamente “controriformista” che verrà poi ad assumere il Concilio.


In appendice a "Storia Universale dell'Infamia", Jorge Luis Borges scrive un breve racconto intitolato "Un teologo nella morte", che è la rielaborazione di una pagina di Emanuel Swedenborg, può aiutarci a capire la questione della giustificazione per fede

"Gli angeli mi hanno detto che quando Melantone morì, ricevette nell'altro mondo una casa dalla parvenza uguale a quella che aveva posseduto in terra. (A quasi tutti i nuovi arrivati nell'eternità succede la stessa cosa, e perciò credono di non essere morti.) 
Gli oggetti domestici erano gli stessi: la tavola, la scrivania coi suoi cassetti, la biblioteca. 
Appena svegliatosi in questo domicilio, Melantone riprese le sue attività letterarie e per qualche giorno scrisse sulla giustificazione della fede. 
Come al solito, non spese una parola sulla carità. 
Gli angeli notarono questa omissione e mandarono qualcuno a interrogarlo. 
Melantone rispose: « Ho irrefutabilmente dimostrato che l'anima può entrare in cielo prescindendo dalla carità: basta la fede. » 
Diceva queste cose con gran superbia e non sapeva di essere già morto e che non era affatto in cielo. 
Quando gli angeli udirono queste parole, lo abbandonarono. Poche settimane dopo, i mobili cominciarono a dissolversi, fino a diventare invisibili, salvo la sedia, il tavolo, i fogli di carta e il calamaio. 
Inoltre le pareti della camera si macchiarono di calce e i pavimenti di vernice gialla. Le stesse vesti di Melantone erano già molto più scadenti. 
Tuttavia egli continuava a scrivere, ma poiché continuava a negare la carità, lo condussero in un ufficio sotterraneo dove c'erano altri teologi come lui. 
Vi stette imprigionato per alcuni giorni e cominciò a dubitare delle sue tesi; allora gli permisero di tornar via. 
Le sue vesti erano di cuoio non conciato, ma egli cercò di immaginare che quanto gli era successo era stato soltanto un'allucinazione e continuò a esaltare la fede e a denigrare la carità. 
Una sera sentì freddo. Girò la casa e scoprì che le stanze non corrispondevano più a quelle della sua casa terrestre. Una era piena dì strumenti sconosciuti; un'altra si era talmente rimpicciolita che non vi si poteva più entrare; un'altra non era cambiata, ma le sue porte e le sue finestre davano su vaste dune. 
La stanza in fondo era piena di gente che lo adorava, e ripeteva che nessun teologo era sapiente come lui. 
Questa adorazione gli piacque, ma siccome alcune di quelle persone non avevano volto e altre parevano morte, finì coll'odiarle e diffidare. 
Allora decise di scrivere un elogio della carità, ma le pagine che scriveva oggi apparivano cancellate all'indomani. Questo avveniva perché le scriveva senza convinzione. 
Riceveva molte visite di gente morta da poco, ma provava vergogna a mostrarsi in un alloggio così sordido. Per far credere a costoro che stava in cielo, si accordò con uno stregone di quelli della stanza di fondo, che li ingannava con prodigi di splendore e di serenità.
Appena le visite erano finite, talvolta anche un po’ prima, riapparivano la miseria e la calce.
Le ultime notizie su Melantone dicono che il mago e uno degli uomini senza volto lo portarono verso le dune e che ora è un servitore dei demoni."






martedì 5 maggio 2015

Controriforma

La vasta azione svolta dalla Chiesa cattolica nel 16° sec. e in parte del 17° per restaurare una più intensa, viva, sincera e disciplinata vita religiosa, realizzando quella «riforma nel capo e nelle membra», già discussa nei concili del 15° sec. e resa ancor più urgente dal dilagare della Riforma protestante nel 16° sec. (da treccani.it).

RELIGIONE


La C. operò nel campo del dogma e in quello della disciplina ecclesiastica. Sul terreno dogmatico, l’opera della C. si concentra particolarmente nellattività del Concilio di Trento (1545-63) volta a fissare il dogma cattolico nei punti in cui il protestantesimo aveva rinnegato principi tradizionali, o interpretato in modo nuovo la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa. In particolare il Concilio di Trento fissò il dogma del peccato originale e quello della giustificazione per la fede e per le opere, condannando il principio luterano della giustificazione per la sola fede, indipendentemente dalle opere, e affermando il valore del libero arbitrio persistente anche dopo il peccato originale. 
Anche nel campo della riforma disciplinare il concilio svolse opera essenziale, dando norme per la scelta e l’azione dei cardinali e dei vescovi e condannando il nepotismo

Ai papi si affiancarono ecclesiastici eminenti come s. Carlo Borromeo, s. Alessandro Sauli, i beati Paolo Burali d’Arezzo e Giovanni Giovenale Ancina, il cardinale Gabriele Paleotti e altri. Grandi artefici dell’intera opera riformatrice furono i nuovi ordini religiosi, principalmente la Compagnia di Gesù.
A questa fioritura di nuovi ordini religiosi si accompagnò la riforma degli antichi: sorsero così i cappuccini, i carmelitani scalzi, i romitani scalzi di s. Agostino. Nel complesso con la Controriforma, i diritti della gerarchia diedero luogo a un’organizzazione sempre più forte e disciplinata; il primato papale affermò con sempre maggiore fermezza i suoi attributi.

Caratteristica della religiosità della C. fu, nel campo morale, una maggiore benignità, un senso più vivo e una valutazione più estesa di tutte le condizioni psicologiche degli atti umani. Lo spirito di mortificazione della carne rimase parte essenziale della pietà cattolica, ma scomparvero o si attenuarono certe forme di aspra e pubblica penitenza. Aumentò anche grandemente la cura per il miglioramento del costume degli ecclesiastici, l’attività sociale e benefica del clero: l’importanza del sacerdozio, che era stato elemento vitale sin dagli inizi della Chiesa cattolica, ne risultò ancora accresciuta, anche se qualche laico assurse a figura di primo rango nella vita della Chiesa, così come molti ecclesiastici i quali ebbero in essa un’importanza senza alcun rapporto con la loro posizione gerarchica.
La C. lottò contro l’eresia, non soltanto attraverso un’opera polemica in difesa dei principi cattolici, ma soffocando con mezzi repressivi ogni focolaio di eresia nei paesi cattolici. Quest’opera fu in particolare modo affidata all’Inquisizione. Connessa all’operato di questa, fu l’attività di prevenzione, che si esplicò soprattutto nel campo librario con la censura preventiva (sottoposizione all’imprimatur) e repressiva (istituzione dell’Indice dei libri proibiti).
A tutte le attività in cui si concretizzò la C. va aggiunta quella politica e militare, che la Chiesa non poté realizzare da sola, ma che non cessò fin dall’inizio di raccomandare agli Stati, incoraggiando le imprese volte a vincere sui campi di battaglia gli eretici e a sgominarne le coalizioni. 

Influsso sull'arte (vedi wikipedia in Arte della Controriforma)

Nel decreto De invocatione, veneratione et reliquis sanctorum et sacris imaginibus  la Chiesa romana introduce il controllo delle opere da parte delle autorità religiose locali. Le opere devono essere vagliate con attenzione e in esse vi deve essere chiarezza, verità, aderenza alle scritture. La piena leggibilità, il decoro, devono essere caratteristiche imprescindibili; le deformazioni, i lussi e i viluppi e le disinvolture del Manierismo sono condannati senza appello. Ma il decreto non pone delle regole ferree, non mette confini espliciti, si affida al controllo delle gerarchie locali
Nascono dei trattati che tentano di codificare queste norme: le Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae (1577) di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, è uno dei più importanti. I realtà, più che le indicazioni venute da terzi, in molti casi inesperti delle cose artistiche, è il clima stesso che influenza gli artisti. Il Sacco di Roma per esempio, vissuto come una punizione divina, aveva già spinto molti pittori vesro una maggiore sobrietà
I grandi artisti sono immuni da influenze esterne, ma solo finché sono in attività. Lo spirito bigotto della Controriforma non risparmiò nemmeno il Giudizio Universale di Michelangelo. Dipinto tra il 1536 e il 1541 il Giudizio Universale della Sistina rappresentava in pieno il profondo sentimento religioso di Michelangelo: 400 figure in pose diverse sono accomunate dalla nudità, l'immenso dramma universale che esprime è messo in luce dalla semplicità dell'impianto, dalla mancanza di costruzioni retoriche, dalla nudità stessa. L'affresco, pregno di citazioni letterarie e figurative, venne poco compreso. Un documento conciliare del 21 gennaio 1564 decreta che «le pitture nella cappella apostolica vengano coperte, nelle altre chiese vengano invece distrutte qualora mostrino qualcosa di osceno o di patentemente falso.» A nemmeno un anno dalla morte del maestro uno dei suoi seguaci, Daniele da Volterra, viene incaricato di velare con delle braghe a secco le vergogne dei personaggi del Giudizio e di rifare a fresco la figura scabrosa di San Biagio, accovacciato impudicamente su Santa Caterina d'Alessandria. Da allora il pittore venne ricordato con l'epiteto di "Braghettone". Solo nel grande restauro del 1994 le censure vennero asportate.

L'influsso sulla musica

Il Concilio ebbe un notevole influsso anche sulla musica, nella fattispecie sul Canto gregoriano. Si cercò infatti di riportarlo alla purezza originale, eliminando ogni artificio aggiunto nel corso dei secoli. Vennero così aboliti i tropi e quasi tutte le sequenze; venne inoltre eliminata ogni traccia di musica profana, come ogni cantus firmus non ricavato dal gregoriano. Anche qui da segnalare l'eccezione (come per il resto della liturgia) per il canto ambrosiano, nell'arcidiocesi di Milano.

Si affidò infine a Giovanni Pierluigi da Palestrina e a Annibale Zoilo il compito di redigere una nuova edizione della musica liturgica che rispettasse le decisioni del Concilio. Tuttavia la musica che accompagnava le cerimonie religiose non fu mai limitata al solo gregoriano o ambrosiano. Molti tra i maggiori compositori come Monteverdi, Händel, Bach, Vivaldi, Charpentier, Cherubini, Haydn, Mozart, Verdi,Rossini scrissero messe, vespri, salmi, inni e altro, nello stile della propria epoca, e tutti questi vennero eseguiti regolarmente sia come musica liturgica sia in forma di semplice concerto.

De rerum natura V: il progresso e l'origine del linguaggio

Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. 
Un dio o degli dei esistono, ma non crearono l'universo, tanto meno si occupano delle azioni degli uomini. Lucrezio afferma che i saperi razionali sulla natura ci mostrano un universo infinito formato da atomi che segue delle leggi naturali, indifferente verso i bisogni dell'uomo, che si può spiegare senza ricorrere alle divinità.

A scuola si sottolinea sempre come, per quanto riguarda l'indifferenza della Natura per l'uomo Leopardi nell'operetta "Dialogo di un Islandese con la Natura" scrive dei concetti simili a quelli del III libro del De rerum natura. Non è tuttavia certo che Leopardi conoscesse l'opera di Lucrezio

Il De rerum natura parla della nascita e dell'evoluzione dell'uomo (abbiamo detto che non è corretto parlare di progresso) nel V libro. Eccone alcuni passi scelti con traduzione a fronte

mercoledì 22 aprile 2015

Le 95 tesi di Lutero

Wittenberg (Germania)

  1. Il Signore e maestro Gesù Cristo, dicendo: «Fate penitenza, etc.», volle che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza.
  2. Questa parola non può intendersi nel senso di Penitenza sacramentale (cioè confessione e soddisfazione, che si celebra per il ministero dei sacerdoti).
  3. Non intende però solo la penitenza interiore, anzi quella interiore è nulla se non produce esteriormente variemortificazioni della carne.
  4. Rimane cioè l'espiazione sin che rimane l'odio di sé (che è la vera penitenza interiore), cioè il Regno dei Cieli.
  5. Il papa non vuole né può rimettere alcuna pena, fuorché quelle che ha imposte per volontà propria o dei canoni.
  6. Il papa non può rimettere alcuna colpa, se non dichiarando e approvando che è stata rimessa da Dio o rimettendo nei casi a lui riservati, fuori dei quali la colpa rimarrebbe certamente.
  7. Sicuramente Dio non rimette la colpa a nessuno senza sottometterlo contemporaneamente al sacerdote suo vicario, completamente umiliato.
  8. canoni penitenziali sono imposti solo ai vivi, e nulla si deve imporre in base ad essi ai moribondi.
  9. Lo Spirito santo dunque, nel papa, ci benefica eccettuando sempre nei suoi decreti i casi di morte e di necessità.
  10. Agiscono male e con ignoranza quei sacerdoti, i quali riservano penitenze canoniche per il purgatorio ai moribondi.
  11. Tali zizzanie del mutare una pena canonica in una pena del purgatorio certo appaiono seminate mentre i vescovidormivano.
  12. Una volta le pene canoniche erano imposte non dopo, ma prima dell'assoluzione, come prova della vera contrizione.
  13. I morituri soddisfano ogni cosa con la morte, e sono già morti alla legge dei canoni, essendone sollevati per diritto.
  14. L’integrità o carità perfetta del morente, porta necessariamente con sé un gran timore, tanto maggiore quanto essa è minore.
  15. Questo timore e orrore basta da solo, per tacere d'altro, a costituire la pena del purgatorio, poiché è prossimo all'orrore della disperazione.
  16. L'inferno, il purgatorio ed il paradiso sembrano distinguersi tra loro come la disperazione, la quasi disperazione e la sicurezza.
  17. Sembra necessario che nelle anime del purgatorio di tanto diminuisca l'orrore di quanto aumenti la carità.
  18. Né appare approvato sulla base della ragione e delle scritture, che queste anime siano fuori della capacità di meritare o dell'accrescimento della carità.
  19. Né appare provato che esse siano certe e sicure della loro beatitudine, almeno tutte, sebbene noi ne siamo certissimi.
  20. Dunque il papa con la remissione plenaria di tutte le pene non intende semplicemente di tutte, ma solo di quelle imposte da lui.
  21. Sbagliano pertanto quei predicatori d'indulgenze, i quali dicono che per le indulgenze papali l'uomo è sciolto e salvato da ogni pena.
  22. Il papa, anzi, non rimette alle anime in purgatorio nessuna pena che avrebbero dovuto subire in questa vita secondo i canoni.
  23. Se mai può essere concessa ad alcuno la completa remissione di tutte le pene, è certo che essa può esser data solo ai perfettissimi, cioè a pochissimi.
  24. È perciò inevitabile che la maggior parte del popolo sia ingannata da tale indiscriminata e pomposa promessa di liberazione dalla pena.
  25. La stessa potestà che il papa ha in genere sul purgatorio, l'ha ogni vescovo e curato in particolare nella propriadiocesi o parrocchia.
  26. Il papa fa benissimo quando concede alle anime la remissione non per il potere delle chiavi (che non ha) ma a modo di suffragio
  27. Predicano da uomini, coloro che dicono che, subito, come il soldino ha tintinnato nella cassa l'anima se ne vola via.
  28. Certo è che al tintinnio della moneta nella cesta possono aumentare la petulanza e l'avarizia: invece il suffragio della chiesa è in potere di Dio solo.
  29. Chi sa se tutte le anime del purgatorio desiderano essere liberate, a giudicare da un aneddoto che si narra riguardo ai santi Severino e Pasquale?[4].
  30. Nessuno è certo della sincerità della propria contrizione, tanto meno del conseguimento della remissione plenaria.
  31. Tanto è raro il vero penitente, altrettanto è raro chi acquista veramente le indulgenze, cioè rarissimo.
  32. Saranno dannati in eterno con i loro maestri coloro che credono di essere sicuri della loro salute sulla base delle lettere di indulgenza.
  33. Specialmente sono da evitare coloro che dicono che tali perdoni del papa sono quel dono inestimabile di Dio mediante il quale l'uomo è riconciliato con Dio.
  34. Infatti tali grazie ottenute mediante le indulgenze riguardano solo le pene della soddisfazione sacramentale stabilite dall'uomo.
  35. Non predicano cristianamente quelli che insegnano che non è necessaria la contrizione per chi riscatta le anime o acquista lettere di indulgenza.
  36. Qualsiasi cristiano veramente pentito ottiene la remissione plenaria della pena e della colpa che gli è dovuta anche senza lettere di indulgenza.
  37. Qualunque vero cristiano, sia vivo che morto, ha la parte datagli da Dio a tutti i beni di Cristo e della Chiesa, anche senza lettere di indulgenza.
  38. Tuttavia la remissione e la partecipazione del papa non deve essere disprezzata in nessun modo perché, come ho detto (tesi numero 6), è la dichiarazione della remissione divina.
  39. È straordinariamente difficile anche per i teologi più saggi esaltare davanti al popolo ad un tempo la prodigalità delle indulgenze e la verità della contrizione.
  40. La vera contrizione cerca ed ama le pene, la larghezza delle indulgenze produce rilassamento e fa odiare le pene o almeno ne dà occasione.
  41. I perdoni apostolici devono essere predicati con prudenza, perché il popolo non intenda erroneamente che essi sono preferibili a tutte le altre buone opere di carità.
  42. Bisogna insegnare ai cristiani che non è intenzione del papa equiparare in alcun modo l'acquisto delle indulgenze con le opere di misericordia.
  43. Si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze.
  44. Poiché la carità cresce con le opere di carità e fa l'uomo migliore, mentre con le indulgenze non diventa migliore ma solo più libero dalla pena.
  45. Occorre insegnare ai cristiani che chi vede un bisognoso, e trascurandolo dà per le indulgenze, si merita non l'indulgenza del papa ma l'indignazione di Dio.
  46. Si deve insegnare ai cristiani che se non abbondano i beni superflui, debbono tenere il necessario per la loro casa e non spenderlo per le indulgenze.
  47. Si deve insegnare ai cristiani che l'acquisto delle indulgenze è libero e non di precetto.
  48. Si deve insegnare ai cristiani che il papa come ha maggior bisogno così desidera maggiormente per sé, nel concedere le indulgenze, devote orazioni piuttosto che monete sonanti.
  49. Si deve insegnare ai cristiani che i perdoni del papa sono utili se essi non vi confidano, ma diventano molto nocivi, se per causa loro si perde il timor di Dio.
  50. Si deve insegnare ai cristiani che se il papa conoscesse le esazioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che labasilica di San Pietro andasse in cenere piuttosto che essere edificata sulla pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle.
  51. Si deve insegnare ai cristiani che il papa, come deve, vorrebbe, anche a costo di vendere - se fosse necessario - la basilica di San Pietro, dare dei propri soldi a molti di quelli ai quali alcuni predicatori di indulgenze estorcono denaro.
  52. È vana la fiducia nella salvezza mediante le lettere di indulgenza. anche se un commissario e perfino lo stesso papa impegnasse per esse la propria anima.
  53. Nemici di Cristo e del papa sono coloro i quali perché si predichino le indulgenze fanno tacere completamente la parola di Dio in tutte le altre chiese.
  54. Si fa ingiuria alla parola di Dio quando in una stessa predica si dedica un tempo eguale o maggiore all'indulgenza che ad essa.
  55. È sicuramente desiderio del papa che se si celebra l'indulgenza, che è cosa minima, con una sola campana, una sola processione, una sola cerimonia, il vangelo, che è la cosa più grande, sia predicato con cento campane, cento processioni, cento cerimonie.
  56. I tesori della Chiesa, dai quali il papa attinge le indulgenze, non sono sufficientemente ricordati né conosciuti presso il popolo cristiano.
  57. Certo è evidente che non sono beni temporali, che molti predicatori non li profonderebbero tanto facilmente ma piuttosto li raccoglierebbero.
  58. Né sono i meriti di Cristo e dei santi, perché questi operano sempre, indipendentemente dal papa, la grazia dell'uomo interiore, la croce, la morte e l'inferno dell'uomo esteriore.
  59. San Lorenzo chiamò tesoro della Chiesa i poveri, ma egli usava il linguaggio del suo tempo.
  60. Senza temerarietà diciamo che questo tesoro è costituito dalle chiavi della Chiesa donate per merito di Cristo.
  61. È chiaro infatti che per la remissione delle pene e dei casi basta la sola potestà del papa.
  62. Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.
  63. Ma questo tesoro è a ragione odiosissimo perché dei primi fa gli ultimi.
  64. Ma il tesoro delle indulgenze è a ragione gratissimo perché degli ultimi fa i primi.
  65. Dunque i tesori evangelici sono reti con le quali un tempo si pescavano uomini ricchi.
  66. Ora i tesori delle indulgenze sono reti con le quali si pescano le ricchezze degli uomini.
  67. Le indulgenze, che i predicatori proclamano grazie grandissime, si capisce che sono veramente tali quanto al guadagno che promuovono.
  68. E sono in realtà le minime paragonate alla grazia di Dio e alla pietà della croce.
  69. I vescovi e i parroci sono tenuti a ricevere con ogni riverenza i commissari dei perdoni apostolici.
  70. Ma più sono tenuti a vigilare con gli occhi e le orecchie che essi non predichino, invece del mandato avuto dal papa, le loro fantasie.
  71. Chi parla contro la verità dei perdoni apostolici sia anatema e maledetto.
  72. Chi invece si oppone alla cupidigia e alla licenza del parlare del predicatore di indulgenze, sia benedetto.
  73. Come il papa giustamente fulmina coloro che operano qualsiasi macchinazione a danno della vendita delle indulgenze.
  74. Così molto più gravemente intende fulminare quelli che col pretesto delle indulgenze operano a danno della santa carità e verità.
  75. Ritenere che le indulgenze papali siano tanto potenti da poter assolvere un uomo, anche se questi, per un caso impossibile, avesse violato la madre di Dio, è essere pazzi.
  76. Al contrario diciamo che i perdoni papali non possono cancellare neppure il minimo peccato veniale, quanto alla colpa.
  77. Dire che neanche san Pietro, se pure fosse papa, potrebbe dare grazie maggiori, è bestemmia contro san Pietro e il papa.
  78. Diciamo invece che questo e qualsiasi papa ne ha di maggiori, cioè l'evangelo, le virtù, i doni di guarigione, etc. secondo 12.
  79. Dire che la croce eretta solennemente con le armi papali equivale alla croce di Cristo, è blasfemo.
  80. I vescovi i parroci e i teologi che consentono che tali discorsi siano tenuti al popolo ne renderanno conto.
  81. Questa scandalosa predicazione delle indulgenze fa sì che non sia facile neppure ad uomini dotti difendere la riverenza dovuta al papa dalle calunnie e dalle sottili obiezioni dei laici.
  82. Per esempio: perché il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un numero infinite di anime in forza del funestissimo denaro dato per la costruzione della basilica, che è una ragione debolissima?
  83. Parimenti: perché continuano le esequie e gli anniversari dei defunti, e invece il papa non restituisce ma anzi permette di ricevere lasciti istituiti per loro, mentre è già un'ingiustizia pregare per dei redenti?
  84. Parimenti: che è questa nuova di Dio e del papa, per cui si concede ad un uomo empio e peccatore di redimere in forza del danaro un'anima pia e amica di Dio, e tuttavia non la si redime per gratuita carità in base alla necessità di tale anima pia e diletta?
  85. Ancora: perché canoni penitenziali per sé stessi e per il disuso già da tempo morti e abrogati, tuttavia a motivo della concessione delle indulgenze sono riscattati ancora col denaro come se avessero ancora vigore?
  86. Ancora: perché il papa le cui ricchezze oggi sono più opulente di quelle degli opulentissimi Crassi, non costruisce una sola basilica di San Pietro con i propri soldi invece che con quelli dei poveri fedeli?
  87. Ancora: cosa rimette o partecipa il papa a coloro che con la contrizione perfetta hanno diritto alla piena remissione e partecipazione?
  88. Ancora: quale maggior bene si recherebbe alla Chiesa, se il papa, come fa ogni tanto, così cento volte ogni giorno attribuisse queste remissioni e partecipazioni a ciascun fedele?
  89. Dato che il papa con le indulgenze cerca la salvezza delle anime piuttosto che il danaro perché sospende le lettere e le indulgenze già concesse, quando sono ancora efficaci?
  90. Soffocare queste sottili argomentazioni dei laici con la sola autorità e non scioglierle con opportune ragioni significa esporre la chiesa e il papa alle beffe dei nemici e rendere infelici i cristiani.
  91. Se dunque le indulgenze fossero predicate secondo lo spirito e l'intenzione del papa, tutte quelle difficoltà sarebbero facilmente dissipate, anzi non esisterebbero.
  92. Addio dunque a tutti quei profeti, i quali dicono al popolo cristiano "Pace, pace", mentre non v'è pace.
  93. Valenti tutti quei profeti, i quali dicono al popolo cristiano «Croce, croce», mentre non v'è croce.
  94. Bisogna esortare i cristiani perché si sforzino di seguire il loro capo Cristo attraverso le pene, le mortificazioni e gli inferni.
  95. E così confidino di entrare in cielo piuttosto attraverso molte tribolazioni che per la sicurezza della pace.