mercoledì 3 giugno 2015

sabato 9 maggio 2015

Melantone tra fede e carità


Amico e primo collaboratore di Lutero; non condivide la dottrina luterana e calviniana della predestinazione alla salvezza, per Melantone non è salvo chi Dio vuole, ma chi vuole essere salvato. 
Cerca di attenuare sia la dottrina della predestinazione, restituendo uno spazio alla libertà umana, sia quella della giustificazione per la sola fede, facendo posto anche alle opere. 
È il principale autore della Confessione di Augusta, la più importante professione di fede nella storia del Protestantesimo.

La Confessione è divisa in due parti concettuali: i primi ventuno articoli enumerano e spiegano i capisaldi della fede che sarà poi detta "protestante", la seconda parte del documento espone una serie di abusi diffusi nella vita spirituale del tempo e spiega le soluzioni proposte dalla nascente dottrina luterana. (vedi Differenze tra Cattolici e Protestanti)

Nel 1541 in occasione della dieta di Ratisbona, si tentò di intraprendere una trattativa, un dialogo tra la Chiesa Cattolica e quella Luterana. Carlo V aveva ormai come suo principale desiderio quello di ricondurre l’Europa alla pace, aveva organizzato l’incontro con la massima attenzione e il massimo impegno. Era riuscito, prima che iniziassero i colloqui, ad ottenere l’appoggio del più alto sostenitore politico della lega di Smalcalda, il langravio Filippo d’Assia. Entrambi avevano sollecitato il lavoro dei teologi più favorevoli al confronto delle idee in particolare sullo spinoso tema della predestinazione.

Il maggiore rappresentante dell’indirizzo protestante era ancora Melantone e le prospettive di riuscita parevano buone, in quanto era uno tra gli esponenti più moderati del movimento. Il papa, dal canto suo, aveva scelto in qualità di suo legato il cardinale Gasparo Contarini uno dei portavoce più equilibrati della Chiesa in quel momento. 

Si trattò all'inizio del valore attribuito alla fede, tenuta dai protestanti in considerazione ancor più delle opere materiali o delle preghiere (quindi della carità) ai fini del conseguimento della vita eterna.
Sulla concezione della messa e sul sacramento della confessione, e soprattutto sul ruolo del pontefice e della gerarchia ecclesiastica, la discussione invece si arenò, rendendo necessari i pareri dei due massimi esponenti dei rispettivi schieramenti: Lutero e il papa. Da loro i moderati si attendevano il passo decisivo per giungere a un accordo che avrebbe mutato il corso della storia; e invece essi si mostrarono inflessibili ad ogni compromesso. Riaffiorò il consueto spirito di reciproca ostinazione, si verificarono ulteriori schermaglie tra i portavoce del papa e quelli di Lutero, con l’impiego della consueta sottigliezza nelle argomentazioni dottrinali; finché il contrasto divenne talmente esplicito da far fallire miseramente ogni tentativo di riconciliazione.

L’episodio di Ratisbona rappresentò l’ultimo sforzo concreto prima del Concilio di Trento per mettere d’accordo protestanti e cattolici, e l’attenzione con la quale lo affrontarono i moderati dell’una e dell’altra parte dimostra che essi ne erano pienamente coscienti. Fu quindi l’esito negativo dei colloqui di Ratisbona a contribuire in modo fondamentale al carattere spiccatamente “controriformista” che verrà poi ad assumere il Concilio.


In appendice a "Storia Universale dell'Infamia", Jorge Luis Borges scrive un breve racconto intitolato "Un teologo nella morte", che è la rielaborazione di una pagina di Emanuel Swedenborg, può aiutarci a capire la questione della giustificazione per fede

"Gli angeli mi hanno detto che quando Melantone morì, ricevette nell'altro mondo una casa dalla parvenza uguale a quella che aveva posseduto in terra. (A quasi tutti i nuovi arrivati nell'eternità succede la stessa cosa, e perciò credono di non essere morti.) 
Gli oggetti domestici erano gli stessi: la tavola, la scrivania coi suoi cassetti, la biblioteca. 
Appena svegliatosi in questo domicilio, Melantone riprese le sue attività letterarie e per qualche giorno scrisse sulla giustificazione della fede. 
Come al solito, non spese una parola sulla carità. 
Gli angeli notarono questa omissione e mandarono qualcuno a interrogarlo. 
Melantone rispose: « Ho irrefutabilmente dimostrato che l'anima può entrare in cielo prescindendo dalla carità: basta la fede. » 
Diceva queste cose con gran superbia e non sapeva di essere già morto e che non era affatto in cielo. 
Quando gli angeli udirono queste parole, lo abbandonarono. Poche settimane dopo, i mobili cominciarono a dissolversi, fino a diventare invisibili, salvo la sedia, il tavolo, i fogli di carta e il calamaio. 
Inoltre le pareti della camera si macchiarono di calce e i pavimenti di vernice gialla. Le stesse vesti di Melantone erano già molto più scadenti. 
Tuttavia egli continuava a scrivere, ma poiché continuava a negare la carità, lo condussero in un ufficio sotterraneo dove c'erano altri teologi come lui. 
Vi stette imprigionato per alcuni giorni e cominciò a dubitare delle sue tesi; allora gli permisero di tornar via. 
Le sue vesti erano di cuoio non conciato, ma egli cercò di immaginare che quanto gli era successo era stato soltanto un'allucinazione e continuò a esaltare la fede e a denigrare la carità. 
Una sera sentì freddo. Girò la casa e scoprì che le stanze non corrispondevano più a quelle della sua casa terrestre. Una era piena dì strumenti sconosciuti; un'altra si era talmente rimpicciolita che non vi si poteva più entrare; un'altra non era cambiata, ma le sue porte e le sue finestre davano su vaste dune. 
La stanza in fondo era piena di gente che lo adorava, e ripeteva che nessun teologo era sapiente come lui. 
Questa adorazione gli piacque, ma siccome alcune di quelle persone non avevano volto e altre parevano morte, finì coll'odiarle e diffidare. 
Allora decise di scrivere un elogio della carità, ma le pagine che scriveva oggi apparivano cancellate all'indomani. Questo avveniva perché le scriveva senza convinzione. 
Riceveva molte visite di gente morta da poco, ma provava vergogna a mostrarsi in un alloggio così sordido. Per far credere a costoro che stava in cielo, si accordò con uno stregone di quelli della stanza di fondo, che li ingannava con prodigi di splendore e di serenità.
Appena le visite erano finite, talvolta anche un po’ prima, riapparivano la miseria e la calce.
Le ultime notizie su Melantone dicono che il mago e uno degli uomini senza volto lo portarono verso le dune e che ora è un servitore dei demoni."






martedì 5 maggio 2015

Controriforma

La vasta azione svolta dalla Chiesa cattolica nel 16° sec. e in parte del 17° per restaurare una più intensa, viva, sincera e disciplinata vita religiosa, realizzando quella «riforma nel capo e nelle membra», già discussa nei concili del 15° sec. e resa ancor più urgente dal dilagare della Riforma protestante nel 16° sec. (da treccani.it).

RELIGIONE


La C. operò nel campo del dogma e in quello della disciplina ecclesiastica. Sul terreno dogmatico, l’opera della C. si concentra particolarmente nellattività del Concilio di Trento (1545-63) volta a fissare il dogma cattolico nei punti in cui il protestantesimo aveva rinnegato principi tradizionali, o interpretato in modo nuovo la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa. In particolare il Concilio di Trento fissò il dogma del peccato originale e quello della giustificazione per la fede e per le opere, condannando il principio luterano della giustificazione per la sola fede, indipendentemente dalle opere, e affermando il valore del libero arbitrio persistente anche dopo il peccato originale. 
Anche nel campo della riforma disciplinare il concilio svolse opera essenziale, dando norme per la scelta e l’azione dei cardinali e dei vescovi e condannando il nepotismo

Ai papi si affiancarono ecclesiastici eminenti come s. Carlo Borromeo, s. Alessandro Sauli, i beati Paolo Burali d’Arezzo e Giovanni Giovenale Ancina, il cardinale Gabriele Paleotti e altri. Grandi artefici dell’intera opera riformatrice furono i nuovi ordini religiosi, principalmente la Compagnia di Gesù.
A questa fioritura di nuovi ordini religiosi si accompagnò la riforma degli antichi: sorsero così i cappuccini, i carmelitani scalzi, i romitani scalzi di s. Agostino. Nel complesso con la Controriforma, i diritti della gerarchia diedero luogo a un’organizzazione sempre più forte e disciplinata; il primato papale affermò con sempre maggiore fermezza i suoi attributi.

Caratteristica della religiosità della C. fu, nel campo morale, una maggiore benignità, un senso più vivo e una valutazione più estesa di tutte le condizioni psicologiche degli atti umani. Lo spirito di mortificazione della carne rimase parte essenziale della pietà cattolica, ma scomparvero o si attenuarono certe forme di aspra e pubblica penitenza. Aumentò anche grandemente la cura per il miglioramento del costume degli ecclesiastici, l’attività sociale e benefica del clero: l’importanza del sacerdozio, che era stato elemento vitale sin dagli inizi della Chiesa cattolica, ne risultò ancora accresciuta, anche se qualche laico assurse a figura di primo rango nella vita della Chiesa, così come molti ecclesiastici i quali ebbero in essa un’importanza senza alcun rapporto con la loro posizione gerarchica.
La C. lottò contro l’eresia, non soltanto attraverso un’opera polemica in difesa dei principi cattolici, ma soffocando con mezzi repressivi ogni focolaio di eresia nei paesi cattolici. Quest’opera fu in particolare modo affidata all’Inquisizione. Connessa all’operato di questa, fu l’attività di prevenzione, che si esplicò soprattutto nel campo librario con la censura preventiva (sottoposizione all’imprimatur) e repressiva (istituzione dell’Indice dei libri proibiti).
A tutte le attività in cui si concretizzò la C. va aggiunta quella politica e militare, che la Chiesa non poté realizzare da sola, ma che non cessò fin dall’inizio di raccomandare agli Stati, incoraggiando le imprese volte a vincere sui campi di battaglia gli eretici e a sgominarne le coalizioni. 

Influsso sull'arte (vedi wikipedia in Arte della Controriforma)

Nel decreto De invocatione, veneratione et reliquis sanctorum et sacris imaginibus  la Chiesa romana introduce il controllo delle opere da parte delle autorità religiose locali. Le opere devono essere vagliate con attenzione e in esse vi deve essere chiarezza, verità, aderenza alle scritture. La piena leggibilità, il decoro, devono essere caratteristiche imprescindibili; le deformazioni, i lussi e i viluppi e le disinvolture del Manierismo sono condannati senza appello. Ma il decreto non pone delle regole ferree, non mette confini espliciti, si affida al controllo delle gerarchie locali
Nascono dei trattati che tentano di codificare queste norme: le Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae (1577) di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, è uno dei più importanti. I realtà, più che le indicazioni venute da terzi, in molti casi inesperti delle cose artistiche, è il clima stesso che influenza gli artisti. Il Sacco di Roma per esempio, vissuto come una punizione divina, aveva già spinto molti pittori vesro una maggiore sobrietà
I grandi artisti sono immuni da influenze esterne, ma solo finché sono in attività. Lo spirito bigotto della Controriforma non risparmiò nemmeno il Giudizio Universale di Michelangelo. Dipinto tra il 1536 e il 1541 il Giudizio Universale della Sistina rappresentava in pieno il profondo sentimento religioso di Michelangelo: 400 figure in pose diverse sono accomunate dalla nudità, l'immenso dramma universale che esprime è messo in luce dalla semplicità dell'impianto, dalla mancanza di costruzioni retoriche, dalla nudità stessa. L'affresco, pregno di citazioni letterarie e figurative, venne poco compreso. Un documento conciliare del 21 gennaio 1564 decreta che «le pitture nella cappella apostolica vengano coperte, nelle altre chiese vengano invece distrutte qualora mostrino qualcosa di osceno o di patentemente falso.» A nemmeno un anno dalla morte del maestro uno dei suoi seguaci, Daniele da Volterra, viene incaricato di velare con delle braghe a secco le vergogne dei personaggi del Giudizio e di rifare a fresco la figura scabrosa di San Biagio, accovacciato impudicamente su Santa Caterina d'Alessandria. Da allora il pittore venne ricordato con l'epiteto di "Braghettone". Solo nel grande restauro del 1994 le censure vennero asportate.

L'influsso sulla musica

Il Concilio ebbe un notevole influsso anche sulla musica, nella fattispecie sul Canto gregoriano. Si cercò infatti di riportarlo alla purezza originale, eliminando ogni artificio aggiunto nel corso dei secoli. Vennero così aboliti i tropi e quasi tutte le sequenze; venne inoltre eliminata ogni traccia di musica profana, come ogni cantus firmus non ricavato dal gregoriano. Anche qui da segnalare l'eccezione (come per il resto della liturgia) per il canto ambrosiano, nell'arcidiocesi di Milano.

Si affidò infine a Giovanni Pierluigi da Palestrina e a Annibale Zoilo il compito di redigere una nuova edizione della musica liturgica che rispettasse le decisioni del Concilio. Tuttavia la musica che accompagnava le cerimonie religiose non fu mai limitata al solo gregoriano o ambrosiano. Molti tra i maggiori compositori come Monteverdi, Händel, Bach, Vivaldi, Charpentier, Cherubini, Haydn, Mozart, Verdi,Rossini scrissero messe, vespri, salmi, inni e altro, nello stile della propria epoca, e tutti questi vennero eseguiti regolarmente sia come musica liturgica sia in forma di semplice concerto.