venerdì 25 settembre 2015

Esercitazione: Analisi di testi allegorici

Ugo di San Vittore

1096-1141
De tribus diebus, cap. IV (trad. di S. Vanni Rovighi, Marzorati, Milano 1973)

All’inizio della sua opera De tribus diebus, Ugo di S. Vittore sviluppa un breve trattato di teologia naturale, sostenendo che le creature mostrano un rimando al loro Creatore mediante il loro appello estetico, che si riconosce in quattro modi: nella posizione, nel movimento, nell’aspetto e nella qualità. Riportiamo un brano che si riferisce alla discussione del primo modo, quello della bellezza manifestata nella disposizione delle cose. Lo stile di Ugo di s. Vittore precorre quello delle argomentazioni che si svilupperanno in epoca moderna, nell’apologetica del Seicento e del Settecento, e paiono in qualche modo esserne stata una delle fonti di ispirazione.
E ancora: « Mi hai allietato con le tue creature ed esulto guardando l'opera delle tue mani. Quanto sono magnifiche le tue opere, Signore! E come sono troppo profondi i tuoi pensieri! L'insipiente non capisce e lo stolto non intende queste cose » ( Sal 91,5-6).
Tutto questo mondo sensibile è infatti come un libro scritto dalle mani di Dio, cioè creato dalla potenza divina, e le singole creature sono come figure, non inventate dall'arbitrio dell'uomo, ma istituite dalla volontà di Dio per manifestare ed indicare la sua invisibile sapienza. Ma come un analfabeta, quando vede un libro aperto, scorge i segni, ma non capisce il senso, così lo stolto e «l'uomo animale » che « non capisce le cose divine » ( 1Cor 2,14) in queste creature visibili vede l'aspetto esteriore, ma non ne capisce interiormente il significato. Colui che è spirituale, invece, ed è capace di valutare tutte le cose, mentre considera all'esterno la bellezza dell'opera, interiormente comprende quanto mirabile sia la sapienza del Creatore. Perciò non vi è nessuno a cui le opere di Dio non appaiano mirabili, ma mentre l'insipiente ammira in esse soltanto l'aspetto esteriore, il sapiente invece da ciò che vede all'esterno scorge il profondo pensiero della sapienza divina. Così di una ed identica scrittura può avvenire che una persona ne lodi il colore e la forma delle figure, un'altra invece ne apprezzi il senso ed il significato.


Fisiologo

La lucertola solare. (trad. di F. Zambon, Adelphi, Milano , 1982)

«Esiste una lucertola chiamata solare, come dice il Fisiologo. Quando invecchia le si velano
gli occhi e diventa cieca, così che non vede la luce del sole. Cosa fa allora in virtù della sua
bella natura? Cerca un muro rivolto a oriente, e penetra in una crepa del muro: e quando
sorge il sole, le si aprono gli occhi e ridiventano sani.
Allo stesso modo anche tu, o uomo, se porti l'abito dell'uomo vecchio e gli occhi del tuo
cuore sono offuscati, cerca il Sole nascente della giustizia, Cristo Dio nostro, il cui nome è
detto Oriente nel libro del profeta [Zac., 6.12], ed Egli aprirà gli occhi del tuo cuore»

5. Sono entrambi testi in latino: quando iniziano i testi in volgare?




FULGENZIO

Expositio vergilianae continentiae, 151-152 (trd, di T. Agozzinio e F. Zanluccchi, Padova, 1972)
*
1. Nel secondo e nel terzo libro Enea è attratto dalle favole, da cui la garrulità dei fanciulli è solita lasciarsi attrarre. Perciò alla fine del terzo libro vede i Ciclopi mostratigli da Achemenide2 […].
2. Il motivo dell’occhio sulla testa sta nel fatto che il Ciclope non vede e non capisce nulla, se non in maniera arrogante. Il fatto che Ulisse, il più saggio, glielo accechi significa che la vanagloria è accecata dal fuoco dell’intelletto. E lo abbiamo chiamato Polifemo, come dire apolunta femen3 (noi diciamo in latino: «che perde la sua fama»). Dunque alla baldanza della giovinezza4 e alla perdita del buon nome consegue la cecità propria di quell’età. Infatti, perché si chiarisca in modo evidente l’ordine delle cose, proprio allora Enea seppellisce il padre5: infatti l’età giovanile, via via che cresce, respinge il peso dell’autorità paterna. Ecco perché la sepoltura avviene nel porto di Drepano6: Drepano infatti è come dire drimipedos, perché drimos significa «acerbo», pes indica invece il fanciullo. Il motivo è che l’acerbità giovanile respinge la disciplina paterna.
3. Liberato dunque l’animo dal giudizio paterno, nel quarto libro Enea si dà alla caccia e si accende d’amore e, tra le nubi e la tempesta7 (come dire «in una perturbazione della mente») è spinto a commettere adulterio.
4. Rimasto a lungo in questo stato, per incitamento di Mercurio lascia l’amore cui la sua passione aveva purtroppo ceduto. Mercurio infatti è inteso come dio dell’intelligenza. Dunque quell’età, incitata dall’intelletto, abbandona i territori dell’amore. E l’amore muore disprezzato e, bruciato, finisce in cenere: infatti, quando l’autorità della mente espelle la passione dal cuore giovanile, essa, sepolta nell’oblio, si consuma in cenere. 

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