sabato 9 maggio 2015

Melantone tra fede e carità


Amico e primo collaboratore di Lutero; non condivide la dottrina luterana e calviniana della predestinazione alla salvezza, per Melantone non è salvo chi Dio vuole, ma chi vuole essere salvato. 
Cerca di attenuare sia la dottrina della predestinazione, restituendo uno spazio alla libertà umana, sia quella della giustificazione per la sola fede, facendo posto anche alle opere. 
È il principale autore della Confessione di Augusta, la più importante professione di fede nella storia del Protestantesimo.

La Confessione è divisa in due parti concettuali: i primi ventuno articoli enumerano e spiegano i capisaldi della fede che sarà poi detta "protestante", la seconda parte del documento espone una serie di abusi diffusi nella vita spirituale del tempo e spiega le soluzioni proposte dalla nascente dottrina luterana. (vedi Differenze tra Cattolici e Protestanti)

Nel 1541 in occasione della dieta di Ratisbona, si tentò di intraprendere una trattativa, un dialogo tra la Chiesa Cattolica e quella Luterana. Carlo V aveva ormai come suo principale desiderio quello di ricondurre l’Europa alla pace, aveva organizzato l’incontro con la massima attenzione e il massimo impegno. Era riuscito, prima che iniziassero i colloqui, ad ottenere l’appoggio del più alto sostenitore politico della lega di Smalcalda, il langravio Filippo d’Assia. Entrambi avevano sollecitato il lavoro dei teologi più favorevoli al confronto delle idee in particolare sullo spinoso tema della predestinazione.

Il maggiore rappresentante dell’indirizzo protestante era ancora Melantone e le prospettive di riuscita parevano buone, in quanto era uno tra gli esponenti più moderati del movimento. Il papa, dal canto suo, aveva scelto in qualità di suo legato il cardinale Gasparo Contarini uno dei portavoce più equilibrati della Chiesa in quel momento. 

Si trattò all'inizio del valore attribuito alla fede, tenuta dai protestanti in considerazione ancor più delle opere materiali o delle preghiere (quindi della carità) ai fini del conseguimento della vita eterna.
Sulla concezione della messa e sul sacramento della confessione, e soprattutto sul ruolo del pontefice e della gerarchia ecclesiastica, la discussione invece si arenò, rendendo necessari i pareri dei due massimi esponenti dei rispettivi schieramenti: Lutero e il papa. Da loro i moderati si attendevano il passo decisivo per giungere a un accordo che avrebbe mutato il corso della storia; e invece essi si mostrarono inflessibili ad ogni compromesso. Riaffiorò il consueto spirito di reciproca ostinazione, si verificarono ulteriori schermaglie tra i portavoce del papa e quelli di Lutero, con l’impiego della consueta sottigliezza nelle argomentazioni dottrinali; finché il contrasto divenne talmente esplicito da far fallire miseramente ogni tentativo di riconciliazione.

L’episodio di Ratisbona rappresentò l’ultimo sforzo concreto prima del Concilio di Trento per mettere d’accordo protestanti e cattolici, e l’attenzione con la quale lo affrontarono i moderati dell’una e dell’altra parte dimostra che essi ne erano pienamente coscienti. Fu quindi l’esito negativo dei colloqui di Ratisbona a contribuire in modo fondamentale al carattere spiccatamente “controriformista” che verrà poi ad assumere il Concilio.


In appendice a "Storia Universale dell'Infamia", Jorge Luis Borges scrive un breve racconto intitolato "Un teologo nella morte", che è la rielaborazione di una pagina di Emanuel Swedenborg, può aiutarci a capire la questione della giustificazione per fede

"Gli angeli mi hanno detto che quando Melantone morì, ricevette nell'altro mondo una casa dalla parvenza uguale a quella che aveva posseduto in terra. (A quasi tutti i nuovi arrivati nell'eternità succede la stessa cosa, e perciò credono di non essere morti.) 
Gli oggetti domestici erano gli stessi: la tavola, la scrivania coi suoi cassetti, la biblioteca. 
Appena svegliatosi in questo domicilio, Melantone riprese le sue attività letterarie e per qualche giorno scrisse sulla giustificazione della fede. 
Come al solito, non spese una parola sulla carità. 
Gli angeli notarono questa omissione e mandarono qualcuno a interrogarlo. 
Melantone rispose: « Ho irrefutabilmente dimostrato che l'anima può entrare in cielo prescindendo dalla carità: basta la fede. » 
Diceva queste cose con gran superbia e non sapeva di essere già morto e che non era affatto in cielo. 
Quando gli angeli udirono queste parole, lo abbandonarono. Poche settimane dopo, i mobili cominciarono a dissolversi, fino a diventare invisibili, salvo la sedia, il tavolo, i fogli di carta e il calamaio. 
Inoltre le pareti della camera si macchiarono di calce e i pavimenti di vernice gialla. Le stesse vesti di Melantone erano già molto più scadenti. 
Tuttavia egli continuava a scrivere, ma poiché continuava a negare la carità, lo condussero in un ufficio sotterraneo dove c'erano altri teologi come lui. 
Vi stette imprigionato per alcuni giorni e cominciò a dubitare delle sue tesi; allora gli permisero di tornar via. 
Le sue vesti erano di cuoio non conciato, ma egli cercò di immaginare che quanto gli era successo era stato soltanto un'allucinazione e continuò a esaltare la fede e a denigrare la carità. 
Una sera sentì freddo. Girò la casa e scoprì che le stanze non corrispondevano più a quelle della sua casa terrestre. Una era piena dì strumenti sconosciuti; un'altra si era talmente rimpicciolita che non vi si poteva più entrare; un'altra non era cambiata, ma le sue porte e le sue finestre davano su vaste dune. 
La stanza in fondo era piena di gente che lo adorava, e ripeteva che nessun teologo era sapiente come lui. 
Questa adorazione gli piacque, ma siccome alcune di quelle persone non avevano volto e altre parevano morte, finì coll'odiarle e diffidare. 
Allora decise di scrivere un elogio della carità, ma le pagine che scriveva oggi apparivano cancellate all'indomani. Questo avveniva perché le scriveva senza convinzione. 
Riceveva molte visite di gente morta da poco, ma provava vergogna a mostrarsi in un alloggio così sordido. Per far credere a costoro che stava in cielo, si accordò con uno stregone di quelli della stanza di fondo, che li ingannava con prodigi di splendore e di serenità.
Appena le visite erano finite, talvolta anche un po’ prima, riapparivano la miseria e la calce.
Le ultime notizie su Melantone dicono che il mago e uno degli uomini senza volto lo portarono verso le dune e che ora è un servitore dei demoni."






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