martedì 6 gennaio 2015

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

Publio Terenzio Afro fu un commediografo, e fu il primo scrittore latino proveniente dall’Africa, da Cartagine, come si ricava anche dal cognomen Afro, che è un antico nome servile.

Infatti, secondo la biografia di Svetonio nel De Poetis, riportata da Elio Donato nel IV sec. d.C., all’inizio del commento alle commedie terenziane, Terenzio venne a Roma come schiavo del senatore Terenzio Lucano, che gli diede il suo nomen e presto lo affrancò, cioè lo liberò, notandone l’ingegno e le capacità artistiche.
La data di nascita di Terenzio è fissata dalla biografia svetoniana al 185 a. C., ma è probabilmente da spostare a qualche anno indietro, attorno al 190, perché se la data della morte è quella del 160/159, quando il commediografo aveva ancora 25 anni, e la prima commedia è del 166 a. C., allora si dovrebbe pensare che la sua carriera sarebbe cominciata a 19 anni e il suo ingegno e le sue capacità artistiche, notate da Lucano, Terenzio le avrebbe manifestate all’età di 12 o 15 anni!
La morte lo colpì durante un naufragio al ritorno da un viaggio in Grecia, forse a causa del naufragio stesso, forse a causa del dolore per aver perso le nuove commedie rielaborate dal poeta greco Menandro.
In Grecia, infatti, Terenzio era andato a documentarsi su usi e costumi del luogo in cui erano ambientate le sue commedie, 
volendo dimostrare di essere proprio lui, e non altri, a scriverle.
A Roma, infatti, molte furono le accuse che gli venivano rivolte, 
da cui Terenzio si difendeva nei prologhi dei suoi lavori, cioè nei monologhi introduttivi delle commedie, in bocca ai suoi personaggi.
Prima di tutto l’accusa di essere un prestanome, cioè di non essere lui il vero autore delle commedie ma di raccogliere gli scritti degli homines nobiles menzionati negli Adelphoe, i giovani Scipione Emiliano e Lelio minore, dell’ambiente del circolo degli Scipioni a cui Terenzio era legato. Poi quella di non possedere vis comica e di comporre, quindi, commedie senza riso. Ancora, l’accusa di plagio, di aver copiato di sana pianta le commedia greche di Menandro. Infine, l’accusa di aver abusato della tecnica della contaminatio, l’inserimento in una commedia di pezzi tratti da altre commedie.






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